Cultura

La prima volta che… “Ho visto Maradona”. L’appassionante ricordo di Francesco Torrico

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CULTURA. (a cura di Francesco Torrico) Il 16 settembre 1989 non ancora avevo compiuto sette anni. Il fiocco sul grembiule, classico simbolo di un bambino che frequenta la scuola elementare e che contraddistingueva la mia classe, era ancora quello di colore blu, però, a casa, era già pronto quello di colore verde che mi avrebbe introdotto alla seconda elementare. I ricordi ovviamente vacillano. Non ricordo con precisione se quel sabato andai a scuola. Forse sarebbe iniziata il lunedì successivo. Però ricordo con perfetta lucidità, la decisione comunicatami da mio Papà nel primo pomeriggio.

– “Domani Francè vieni con me allo stadio a vedere la partita”.

Io, sinceramente, il calcio professionistico non lo avevo mai visto dal vivo e di regole e regolamenti vari, non è che ne capivo più di tanto anzi, non capivo assolutamente niente. Però mi è sempre piaciuto andare in giro e, solo l’idea di prendere un pullman per andare a Casanova di Carinola, per me, era già paragonabile ad una gita. Mio padre, ovviamente, dal canto suo, era già riuscito con i  primi due figli, a fare quello che un buon tifoso del Napoli ha come obbligo morale. Indottrinarli, oltre che nell’educazione, anche imprimendo in loro la propria fede calcistica così come aveva fatto con lui mio nonno. Quel 16 settembre del 1989 mio padre, con quell’affermazione lo fece. Mise su di me un timbro indelebile. Un marchio a fuoco. Un tatuaggio stampato nella memoria che ovviamente, aveva il colore del cielo e del mare.

Oltre alla decisione di mio padre, ossia quella di portare nella bolgia dello Stadio San Paolo un ragazzino di non ancora sette anni per la prima volta, ricordo alla perfezione anche le parole della mia povera mamma:

– “Pascà, e se deve fare pipì?”

– “E se ha voglia di mangiare qualcosa?”

– “E se per caso nel casino ti scappa e non lo vedi più?”

Non ci fu però domanda, che destò un minimo di preoccupazione in mio padre. Mi disse solo:

– “Francè, mi raccomando. Da quando inizia la partita, fino a che finisce, non ti far venire nessuna voglia particolare perché, altrimenti, non ti porto più”.

Ovviamente, io, pur di vedere dal vivo quei simboli con i quali mio fratello Gianni aveva tappezzato le due pareti della camera e con il quale, ogni sera, ripassavo a memoria la rosa per vedere fino a che punto ricordassi in maniera perfetta la squadra, avrei potuto trattenere la pipì fino al lunedì per poi farla a scuola.

La decisione era presa. Il giorno dopo, con precisione il 17 settembre del 1989, avrei affrontato quella che per me era una vera e propria traversata in pulmino che, dal piccolo centro di Falciano del Massico, mi avrebbe condotto ai piedi dello stadio San Paolo di Fuorigrotta per assistere alla quinta giornata di campionato 1989/90. Al mio primo incontro di serie A dal vivo: Napoli-Fiorentina.

La mattina mi sveglio entusiasta. Avevo già con me, accanto al letto, la sciarpa che inneggiava allo scudetto vinto due stagioni prima, un berretto di colore azzurro ed ero alla ricerca di qualsiasi cosa mi avrebbe potuto contraddistinguere come tifoso del Napoli, ma, la prima mazzata, arrivò da mia madre dopo avermi svegliato.

– “Francè devi andare a messa!”

– “Ma come Mà, devo andare con papà allo stadio. Perdo il pullman se vado a messa” – esclamai per evitarmi quell’ora fatta di preghiere, canti e predica.

“Non esiste. Prima vai a messa e poi esci, vieni a casa e a mezzogiorno, partite per lo stadio”.

Ovviamente avevo già accontentato mio padre il giorno prima. Dovevo accontentare pure lei perché sarebbe stato un punto a mio sfavore il contrario.

Mi recai a messa e forse, per quell’oretta in silenzio, dietro un banco, pregai per il Napoli.

A casa avevamo un solo abbonamento perché la mia famiglia era monoreddito e lo stesso era, per ovvie ragioni, di proprietà del primo figlio il quale, ogni santa domenica che si giocava al San Paolo, provvedeva ad effettuare quel percorso che avrei intrapreso a breve. L’unica cosa che fermava mio fratello dall’andare allo stadio era, fortunatamente per me, una sola: “La presenza certa in campo di Diego Armando Maradona”. Nel caso fosse incerta, lui non sarebbe andato quasi come se fosse un rito scaramantico ai quali oggi, rientro appieno tra quelli che dicono: “Non è vero…ma ci credo” e, grazie alla quale, oggi, posso ringraziarlo per avermi dato la possibilità di assistere alle giocate che, quell’Uomo, piccolo di statura, chiuso nei suoi capelli ricci, avrebbe regalato in campo al mondo intero come già aveva fatto in passato.

Pranzo alle 11.15. Avevo ancora in testa le canzoni della “Messa del fanciullo”. Sull’appendiabiti in legno di noce, pronto un giubinetto pesante, la sciarpa ed il cappellino di colore azzurro.

Ci rechiamo, appena dopo aver finito il pranzo, sulle “Crocelle” dove aveva sede, in un piccolo locale provvisto di sala con TV ed un bagno, il “Club Napoli”. Mano nella mano con mio papà, attraversai quasi tutto il paese dove c’era già il pulmino ad attenderci. Gli amici di mio padre erano lì che, vedendomi, scherzavano con quel bambino cercando, da buoni tifosi del Napoli, di imprimergli quella passione che, con il tempo, è diventato amore.

Le prime impressioni che mi vengono in mente erano i commenti e tra tutti quello che, Maradona, partisse dalla panchina. Il motivo non lo ricordo. Avrei imparato con il tempo che, se andavo a vedere la partita, Maradona aveva un problema. Viceversa, sarebbe andato mio fratello Gianni.

Il pulmino era pieno. Lascia Falciano del Massico per dirigersi al nostro tempio. Lungo la strada, diverse macchine molte delle quali, accomunate dalla stessa fede calcistica, lasciavano la propria casa per andare a supportare la squadra che, grazie a Diego, aveva avuto un riscatto sociale a livello Nazionale.

Al casello di Fuorigrotta la situazione era quasi delirante. Bagarini in ogni angolo che giravano, tra le macchine in fila, proponendo un biglietto al miglior costo per quelli che ne erano partiti sprovvisti. Il suono incessante dei clacson. Quello delle trombe da stadio. Le sciarpe, le bandiere. Le bancarelle. I colori. Se quella partita dovesse diventare un libro, il casello di Fuorigrotta sarebbe di sicuro la prefazione più idonea. L’introduzione che avrebbe catapultato, di li a poco, quasi a passo d’uomo, quel bambino  al cospetto della storia del calcio. The king. O rè!

Nel marasma generale il piccolo bus ci lascia all’esterno dello stadio. La marea azzurra era immensa. La giornata era bella ed anche il cielo aveva lo stesso colore. Secondo me oggi avendo la possibilità di guardare da una prospettiva diversa quella giornata, la terra ed il cielo si sarebbero confusi. Il colore predominante era l’azzurro.

Con tutto il gruppo ci avviammo verso l’ingresso della curva B inferiore. Mio padre mi teneva talmente stretto per non perdermi che le mani erano diventate viola come se il sangue non passasse più. D’avanti ai cancelli la solita frase.

– “Quanti anni ha il bambino?”

– “Sei anni”.

Ricordo di aver avuto sei anni per molte altre partite nonostante ne avessi sette così come avevano sei anni tutti quegli scugnizzi napoletani che, fuori dallo stadio, per poter entrare, chiedevano ad un tifoso adulto in fila di presentarli come figli, nipoti o qualsiasi altro grado di parentela. Quelli che ne avevano di più, e le cui evidenze erano notevoli, provvedevano a scavalcare la recinzione che delimitava l’ingresso.

Con la mano ancora stretta nella morsa di quella di mio papà, varchiamo i cancelli insieme ad alcuni suoi amici che avevano lo stesso abbonamento. Superiamo la fila delle forze dell’ordine e, prima di  poter arrivare con gli occhi, al rettangolo verde nascosto dietro quella costruzione per me insolita, essendo abituato al piccolo campo del paese, papà mi chiese

– “Devi andare in bagno?”.

Io avrei voluto fare tante cose. Avrei voluto comprare una sciarpa nuova. Una maglia azzurra con lo sponsor “Mars”. Una qualsiasi di quella marea di gadget che ti vengono proposti fuori dallo stadio. Ma dovevo mantenere la mia promessa. Quella del giorno prima. Era stato troppo bello fino a quel momento e non potevo permettermi il lusso di andare in bagno per sentirmi dire magari, alla partita successiva

– “No Francè. Non posso portarti. C’è troppa gente e tu devi andare sempre in bagno”.

Lasciai che la mia vescica si gonfiasse. La pipì l’avrei fatta a casa.

Ci fermammo vicino all’ingresso perché l’amico di papà doveva espletare i suoi bisogni. Appena dopo di lui, a noi, si avvicinò una figura strana. Un signore grosso, coperto da un mantello con i colori bianchi/azzurri e con in testa un sombrero. Il tutto adornato da un centinaio di “cornicchi” classico simbolo di portafortuna. Tra le mani due piatti. Quelli che avevo visto spesso nella bande musicali. Fece un occhiolino a mio padre ed a me, entrò dentro e diede un colpo fortissimo. Ricordo solo le urla, le bestemmie, le macchie di pipì sui pantaloni di quelli che uscivano dal bagno i quali, urtati dal suono dei piatti, avevano avuto uno scossone nell’atto di urinare e le parole dell’amico di mio padre il quale, uscendo, ed ancora con le braghe in mano esclamò:

– “Maestro, che cazz e paura! Me se ne steva a scappà o pesce!”.

Ovviamente, le risate furono tante mentre, i miei occhi, oltre che dalla gioia e dalla contentezza data dalla circostanza, non vedevano l’ora di cadere sul rettangolo di gioco dal quale ci divideva ormai una sola rampa di scale.

L’effetto, negli anni, è stato sempre lo stesso. L’emozione che si prova entrando nello stadio, per chi ama il calcio, credo che sia identica sempre. Quando poi in campo c’era Maradona beh… ve lo lascio immaginare. Per tutti era un po’ come quando, al circo, attendi il giocoliere che ti presenta dei numeri improbabili. Tutto intorno una marea azzurra. I cori li imparai ancora prima che i giocatori scendessero in campo. Tra tutti ricordo:

– “Oggi il Napoli vincerà, oggi il Napoli vincerà, perché il Napoli è la squadra degli ultrà! Oh ohoh ohoh. Oh ohoh ohoh!”.

I commenti pre-partita invece dei vicini sconosciuti con i quali avevi in comune la fede calcistica? Tutti rivolti allo stesso motivo. Ossia quello che aveva tenuto mio fratello a casa e che mi faceva assistere, in quel momento, a quella partita:

-“Maradona parte dalla panchina”.

Ricercando anni dopo mi accorgo che, in quella panchina, c’erano i fischi di Napoli-Pisa e la tensione della panchina di Lisbona. In quel presente invece, allo stadio, con l’arrivo in campo dei calciatori, c’erano 51.828 paganti e chissà quanti entrati in altri modi a gridare un solo coro:

– “Olè, olè olè olè. Diego! Diego!”

Alle 15 in punto, l’arbitro, Fabio Baldas, con il fischio dette inizio alla partita. I sediolini di colore rosso non ricordo se c’erano o meno. Ricordo solo che eravamo tutti in piedi sugli spalti. Mio padre mi teneva mentre io, tra un tifoso e l’altro d’avanti a me, cercavo di intravedere le giocate in campo. Scocca il 22esimo minuto. Un giovane di nome Roberto Baggio, improvvisamente, prende palla a centro campo e s’invola verso la porta. Supera gli avversari in maglia azzurra come birilli, siede a terra Giuliano Giuliani accarezzando il pallone con la suola della scarpa e regala al calcio un gol che lo avrebbe in seguito presentato al mondo come il campione che in realtà è stato.

Il divin codino.

Napoli – Fiorentina 0-1.

Sugli spalti si bisbiglia. Si annaspa. I cori continuano. Ma al 31esimo ancora un boato di quelli che fanno capire che in campo c’è qualcosa che non è gradevole ai tifosi di casa. Un’altra giocata in area di Baggio porta Renica a commettere fallo. Rigore!

Giuliani intuisce la traiettoria ma non basta.

Napoli – Fiorentina 0-2!

Il primo tempo finisce. C’è già qualcuno che, ancor prima della fine dei primi 45’ minuti, dopo aver visto un Napoli fermato dagli uomini di Giorgi, abbandona gli spalti.

C’era bisogno di un miracolo ed è vero, San Gennaro in panchina non c’era. Però ci stava Maradona.

Dopo il tè gli azzurri di Bigon entrano in campo per primi seguiti dai viola di Giorgi. Tra  le file azzurre c’è anche lui. Quello che di solito veste la maglia numero 10 ma che, quel giorno, indossava la 16. Diego Armando Maradona.

Forse sarà stato questo numero insolito, forse il fatto che era entrato da soli 2 minuti. Forse i problemi precedenti di Pisa e Lisbona, la carente forma fisica rispetto ai compagni, fatto sta che, i miei occhi, assistettero alla cosa più rara che possa essere accaduta nel calcio.

Dopo soli due minuti il Napoli attacca dal lato sinistro. Palla in area e fallo di mano di Dell’Oglio. Si sente un forte boato. L’arbitro decreta il secondo rigore della giornata e questa volta, l’urlo del San Paolo è di gioia. Il rigore è a favore del Napoli. Sul dischetto va lui ovviamente. El Pibe de Oro. La mano de Dios. Il genio del calcio mondiale. Quello che aveva vinto, tre anni prima, un mondiale contro tutto e tutti risollevando le sorti di una Nazione come l’Argentina. Quello che aveva preso palla, contro l’Inghilterra, poco dopo la linea di centrocampo ed aveva superato tutti realizzando quello che verrà indicato come il gol del secolo non solo per bellezza. Prima però di averne realizzato un altro di mano e che, il giorno del suo sessantesimo compleanno, nonostante l’infinità di reti alcune delle quali realizzate con traiettorie inspiegabili alle leggi della fisica, ricorderà come il gol che vorrebbe segnare di nuovo o esprimendo il rammarico per non averne realizzato un altro nello stesso modo. Era così Diego. Alle persone semplici, risulterà sempre difficile capirlo.

Fatto sta che ci sono solo undici metri che dividono Landucci da Maradona. In mezzo c’è un pallone che deve finire in porta per cercare di riprendere il risultato. Sinistro di Maradona. Fiacco e centrale. Il boato del San Paolo è simile a quello dei due gol di Baggio.

I miei occhi, per la prima volta in uno stadio, avevano visto sbagliare un rigore al calciatore più forte del mondo.

Napoli-Fiorentina 0-2.

Però il Napoli, con Maradona in campo, è tutta un’altra storia. Gli azzurri attaccano e fioccano le occasioni per i partenopei che non ci stanno a perdere. Ma se in campo Maradona è considerato il più grande calciatore in circolazione, Landucci sembra essere il miglior portiere del mondo. Anche quando il tiro di Diego è diretto nell’angolino basso alla sinistra del portiere, coperto dalla linea difensiva viola, l’estremo difensore riesce, con un balzo, aiutato dalla punta delle dita, a mettere in angolo forse una delle occasioni più pericolose.

Dopo un contropiede della Fiorentina che avrebbe potuto chiudere il risultato, sul contrattacco del Napoli, Renica scaglia in porta una fucilata dalla sinistra che, prima di finire in rete, si abbatte su Stefano Pioli. Il tiro, scagliato con rabbia, gli porterà anche un piccolo problema alla coscia infatti sarà costretto ad uscire. Però, al 61 esimo, la porta di Landucci che sembrava stregata viene espugnata.

Lo stadio esulta e ci crede.

Napoli-Fiorentina 1-2.

Il Napoli continua ad attaccare. Recuperare quella partita in campo era quasi un obbligo per restare agganciati in vetta. L’energia non mancava. Era quella di Diego che, con le sue giocate, aveva trasmesso forza ai suoi compagni ed allo stadio che cantava a squarcia gola. La fiorentina invece, in contropiede e con gli azzurri riversati in attacco, rischia di nuovo di realizzare la terza rete contro la quale, solo i piedi di Giuliani, ricordando il miglior Garella, dicono di no. Ma la maledizione non ancora è finita.

Dalla sinistra arriva una palla tesa al centro. Spizzata di testa di Andrea Carnevale. Il pallone supera il portiere e sta per entrare in porta con Careca che segue l’azione ma viene respinta dall’ultimo difensore viola.

Niente. Sembra non essere giornata fino al 76esimo minuto. La squadra azzurra continua ad attaccare. La palla, dopo vari passaggi precisi nello stretto delle maglie viola arriva, sempre  dal lato sinistro, sui piedi di Careca il quale la tocca quel tanto che basta per farla rotolare nell’angolino opposto.

Gooooooooooooool!

Il San Paolo esplode. In quell’occasione, ho visto letteralmente i palazzi dietro lo stadio tremare. Una scossa di terremoto. La stessa che ha dato alla squadra l’ingresso di quel numero 16 anomalo.

Napoli – Fiorentina 2-2.

Poteva bastare.

Alle magie del Divin codino, Maradona aveva risposto solo con la sua presenza permettendosi il lusso di sbagliare un rigore.

Ma per Maradona non era così.

Forse lo era solo per il pubblico che nemmeno immaginava di poter recuperare quel risultato e, all’87esimo, il tutto si ribalta.

Calcio d’angolo dalla destra, passaggio corto di Maradona che riceve di nuovo palla, alza la testa e la mette, con una precisione millimetrica, sulla testa dell’accorrente Corradini.

Lo stadio esplode e questa volta i palazzi sembrano venire giù.

Vengo sballottolato a destra e a manca tra le mani dei tifosi che ci circondavano.

L’inferno diventa all’improvviso il paradiso. I volti tesi d’improvviso si rilassano.

Il silenzio diventa baldoria.

Il popolo napoletano esulta.

Napoli – Fiorentina 3-2.

Resta solo il tempo dell’ultimo boato. Quello che arriva dopo il triplice fischio dell’arbitro che chiude una delle partite più emozionanti alle quali abbia mai assistito pur non capendo granchè.

Negli anni, ho rivisto mille volte quelle immagini. Quelle di una partita anomala in cui Baggio, calcisticamente, nel primo tempo, vestiva la maglia del genio mentre il genio vero sedeva in panchina.

In cui il 10 sulla maglia di Maradona, era diventato 16.

Quella in cui Maradona sbagliava un rigore e diceva, concedendo un’intervista a Salvatore Biazzo nel dopo partita: “Anche Maradona può sbagliare”.

Quell’anno il Napoli vincerà il suo secondo scudetto. Occuperà la testa della classifica non abbandonandola più.

Quel giorno ho imparato che anche i geni sbagliano. Forse è per questo che apprezzo, più di ogni altra cosa, la mentalità di un capopopolo come Diego il quale si è sempre schierato dalla parte dei più deboli.

Con questo ricordo non voglio fare altro che ringraziarlo.

Grazie mille, Diego Armando Maradona.

Per Napoli-Fiorentina. Per il tuo estro, per il tuo carisma. Per il tuo essere rivoluzionario. Per tutto.

Per avermi insegnato che è facile schierarsi con i più forti, ma vincere con i più deboli è bello. Unico e indescrivibile.

Grazie per averci fatto esultare.

Grazie per aver portato Napoli, con i suoi pregiudizi, figli di un’ignoranza tutt’ora presente, anche dopo trent’anni, sul tetto d’Italia ed in parte d’Europa.

Grazie per avermi fatto capire che uno come te, a differenza di quanto affermano i falsi moralisti, è stato pure un grande uomo perché sono certo che, se avessero avuto la tua possibilità, avrebbero fatto peggio.

Però ognuno è libero di pensare e di dire quello che vuole. Per quanto mi riguarda posso solo dirvi che

– “Se yo fuera Maradona vivirìa como él”!

Il 18 settembre del 1989, andai a scuola con il mio grembiule ed il fiocco verde. Portai con me la sciarpa del Napoli.

Grazie a mio padre, a Maradona e a quel secondo tempo di Napoli-Fiorentina, oggi ho la possibilità di capire cosa si prova d’avanti alla morte di un Uomo. Capisco cos’è la passione e capisco cosa si prova in un momento in cui, a causa della morte, il mito si trasforma in leggenda.

Olè, olè olè olè. Diego! Diego!

Olè, olè olè olè. Diego! Diego!

Olè, olè olè olè. Diego! Diego!

FT