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CULTURA – Ancora colori, immagini e sogni con Francesco: “A piedi nudi tra surfisti e new hippy”

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CULTURA. Da un piccolo motoscafo carico di bagagli, sul fiume Preriguas, lasciamo Barreirinhas alla volta di Atins. La prima sosta la facciamo a Vassouras. In molti di questi villaggi si può vivere senza scarpe e Vassouras è così. Ci fermiamo qui per rinfrescarci. Però bisogna avere gli occhi bene aperti. C’è, oltre alla gente del posto ed ai turisti, una piccola e malefica presenza: il macaco cappuccino. Sono, agli occhi, delle simpatiche scimmiette. Nella realtà, delle piccole canaglie, pronte a saltarti addosso per aprirti lo zaino e rubarti qualsiasi cosa. Io mi tengo alla larga. Vengo a sapere che dietro la duna c’è una pozza dove è possibile bagnarsi con un capanno in legno e delle amache ma soprattutto senza scimmie. Salgo la duna e mi catapulto subito sull’amaca rilassandomi dieci minuti, senza la paura di essere derubato. Il tempo però è ristretto, dobbiamo metterci in viaggio. Bevo la mia dose giornaliera di Guarana e sempre via fiume, ci dirigiamo a Mandacaru.

Qui ci possiamo dedicare agli acquisti. Ci sono tante piccole costruzioni adibite a botteghe dove, oltre a mangiare e dissetarsi, è possibile acquistare a prezzi veramente irrisori, oggetti di artigianato locale. Compro qualcosa (ma come mio solito non troppo) e vedo una bimba che gioca con una matita. Tiro fuori dallo zaino anche io una di quelle matite avanzate dalla favela. Voglio dargliela ma lei si nasconde e mi guarda sott’occhio. Decido di non disturbarla. Le faccio un sorriso lasciandogliela su un muretto e proseguo il mio giro. La vedrò, dopo dieci minuti, giocare con in mano il mio dono. Mi concedo un qualcosa simile alla caipirinha ma sostituendo il lime con il Cajú, il frutto dell’anacardo, fatto da un ragazzo vicino ad un banchetto prima di partire per Cabure. Qui siamo indecisi sul luogo in cui mangiare. Andiamo alla ricerca di qualcosa di diverso e troviamo una capanna di legno a 50 metri (forse meno) dall’oceano. Il signore ci invita a sederci. Ci prepara pesce alla griglia, fagioli, insalata e riso. Da “Seu Zè” questo il nome del “tra virgolette” ristorante, credo di aver fatto il pasto più gustoso del viaggio.

Ci mette un po’ per servircelo, ma questa è una delle priorità di questo popolo. La vita la prendono con molta calma. A me va bene. Di tempo ne ho e posso conversare, godermi la vista dell’oceano al fresco di una copertura fatta di legni morti, sorseggiare una birra fresca e regalare, alle bellissime bambine che collaborano nella minuscola attività, le mie solite matite. Ultima tappa Atins. Qui non esiste una strada asfaltata. Il tutto si svolge praticamente sulla sabbia. Andiamo in spiaggia nel punto in cui il Preriguas è l’oceano s’incontrano. Ci sono decine di surfisti che approfittano del vento e delle onde, per fare le loro acrobazie. Io sento della musica raggae che arriva da dietro una duna. Salgo e c’è una vecchia barca adibita a bar. Mi appropinguo sulla mia solita amaca, gustandomi qualche birra. Resto così per un paio d’ore ed un paio di bottiglie, in attesa del tramonto. Col sole ormai dietro l’oceano, preparo la mia piccola torcia. Sarà lei a farmi strada per il rientro in posada in questo villaggio privo di luci ma pieno di magia… a piedi nudi. Francesco

CAPIRINHA DE CAJU’

 

VASSOURAS

 

NEL RISTORANTE DA ZEU SE’