

(di Marco Gallo) Lo scrittore Sergio Nazzaro torna in libreria con il suo nuovo libro reportage edito da Città Nuova.
Giornalista e analista carismatico, Nazzaro non si ferma alla semplice informazione: ascolta, viaggia, incontra persone e comunità in cerca del dettaglio che fa la differenza, le storie ancora non raccontate.
“Il Mediterraneo non si può tagliare con un coltello” spiega nel suo libro. “Non si divide, non si separa, non si addomestica. È una distesa che unisce e inghiotte, che accoglie e respinge, che conserva memorie millenarie e, allo stesso tempo, registra ogni giorno nuove ferite”.
Ed è proprio da questa immagine che prende avvio Mediterranea. Un’opera che arriverà nelle librerie il 4 settembre con un’urgenza che non concede tregua: raccontare ciò che accade sulle rotte migratorie, tra politiche oscillanti e criminalità che prospera nell’ombra. Un testo che non dà spazio alla retorica, ma offre al lettore una navigazione dentro dati concreti, testimonianze, numeri che non lasciano scampo. Ogni pagina è un approdo, ogni capitolo un tentativo di comprensione di una tragedia che continua a consumarsi nel Mediterraneo, senza pause, senza stagioni.
Lo dice l’autore stesso: “Nel momento in cui il volume è andato in stampa, altri profughi sono già morti. Altri dispersi. Altri volti si erano aggiunti alla graticcia fotografica che le madri marocchine guardano con un grido che non ha risposta: Figlio mio, dove sei?È la consapevolezza più crudele: raccontare il Mediterraneo significa inseguire una tragedia che corre più veloce di qualsiasi analisi. E quando il libro arriverà sugli scaffali, altre crisi saranno già esplose. Lampedusa continuerà a essere frontiera e ferita. Ceuta continuerà a essere anticamera di tensioni geopolitiche. E i migranti, sempre più spesso, verranno usati come strumenti di pressione, come proiettili politici, mentre affari e traffici scorrono indisturbati sulle onde”.
La copertina del libro è già un’icona: un braccio aggrappato a una banchina fotografato da Andrea Monachello, tratto dal lavoro del regista Luca Noris, profondo conoscitore del Mediterraneo a sua volta. È l’immagine di un’umanità che non chiede privilegi, ma sopravvivenza. E attorno a quel braccio si muove un Mediterraneo che la politica continua a raccontare come emergenza, come pericolo, come somma di cadaveri. Un mare che un tempo mescolava culture, lingue, fedi, e che oggi sembra affogare la sua stessa storia.
Chi conosce Nazzaro, sa bene che da buon analista non offre mai soluzioni facili. Non è nella sua indole costruire narrazioni consolatorie. Il suo lavoro è un viaggio nel qui e ora, nella realtà che pulsa e cambia ogni giorno. Le cifre e i fatti che propone sono incontrovertibili, eppure accanto alle certezze si muovono dubbi che diventano vascelli: navigano, oscillano, cercano un porto. “Perché il Mediterraneo è anche questo: bellezza e poesia, ma anche ecatombe e silenzio”.
“E mentre miliardi di euro transitano sulle onde, mentre si invocano embarghi che hanno l’efficacia di un cucchiaino usato per svuotare il mare, noi restiamo lì, spaventati da un barchino che non ha nemmeno l’acqua da bere. È la contraddizione più feroce del nostro tempo”.
In questa nuova geografia, Mediterranea ci chiede di guardare il mare non come un confine, ma come un luogo che ci somiglia. Un luogo che non si può tagliare con un coltello. Un luogo che continua a parlare, anche quando non vogliamo ascoltare. E Ulisse non torna ancora a casa. E non tornerà.






