

(di Marco Gallo) C’è una storia che vale la pena raccontare, ed è successa in una mattinata qualunque, sotto un sole che spacca l’asfalto della Strada Domitiana di Mondragone.
Le auto sfrecciavano, il caldo si arrampicava sulla pelle, la gente passeggiava distratta. Davanti a tutto questo, un giovane solitario tagliava l’erba cresciuta sul marciapiede pubblico con uno strumento di fortuna: un coltello seghettato da cucina. Era chino, il sudore gli rigava il viso.
Il suo nome è Biaghé. Viene dal Camerun, ma nessuno gliel’aveva chiesto.
Nessun Comune lo aveva incaricato. Nessuna associazione lo aveva coordinato. Nessun cartello, nessuna divisa, nessun compenso. Semplicemente, Biaghé aveva visto un pezzo di strada trascurato, decidendo di occuparsene con pochi strumenti a disposizione.
Un gesto che nessuno vedeva, una storia passata quasi inosservata. Le persone gli camminavano accanto senza nemmeno curarsene. Nessuno si era fermato a chiedere chi fosse, perché lo stesse facendo, se avesse bisogno di una mano.
È un dettaglio piccolo ma che racconta molto.
Quanto siamo abituati a guardare senza vedere?
Solo parlando con lui è emersa la semplicità del suo gesto: “Voglio essere utile”.
Quante persone come Biaghé incrociamo ogni giorno senza vederli realmente? Quante energie, quanta buona volontà resta inespressa?
Non serve un progetto complicato per cambiare la nostra società. Non serve remigrare, sfruttare, puntare il dito contro la nostra stessa storia.
Basterebbe solo fermarci un istante e “vedere” davvero ciò che i nostri occhi si rifiutano di guardare.






