
Tregua e negoziati in vista, questi i termini ai quali il conflitto mediorientale sarebbe andato incontro, se solo Benjamin Netanyahu non avesse violato l’accordo del cessate il fuoco. Sono circa le 15.00, quando Israele trasforma il Libano in un campo minato. I cieli di Beirut sono squarciati da enormi colonne di fumo: i raid israeliani colpiscono circa 100 obiettivi; 254 i morti, migliaia di feriti. L’ Iran risponde con la chiusura dello Stretto di Hormuz, punto centrale di questa Terza Guerra del Golfo. L’evoluzione del conflitto, però, non riguarda solo il Golfo Persico. America, Israele, indirettamente Russia e Cina, Italia ed Europa, sono coinvolti in Medio Oriente. Una guerra neonata, dallo scorso 28 febbraio, e antica allo stesso tempo, segue un corso sempre più irregolare.
L’escalation è la piega che prende il destino del conflitto. Chi sta giocando e soprattutto a cosa sta giocando?
Donald Trump è ormai un volto noto all’ interno del panorama geopolitico internazionale. Immischiato in vari e scottanti conflitti, Epstein Files a parte, il tycoon non perde occasione di profetizzare il suo ruolo di pacificatore dei Continenti. Lo abbiamo visto in prima linea a Gaza, poi in Venezuela, ora in Iran. La motivazione dell’impegno americano in questi paesi ha come unico obiettivo quello della pace – questa la narrazione trumpiana che scorre in superficie. Eppure, quella di Trump è una trivella assetata di petrolio, che si innesta nel suolo per mettere radici americane un po’ ovunque. Donald Trump è stato meno fortunato del solito. Nonostante la minaccia dei dazi, Bruxelles ha esposto i suoi ideali e la sua bocciatura alle azioni Usa in Medio Oriente. Neanche l’amica Giorgia Meloni ha concesso a Trump, le basi americane dello stivale nella missione bellica.
Riguardo la guerra in Iran, Trump porta con sé un sopravvissuto del precedente conflitto “risolto”, Benjamin Netanyahu: è con Israele che gli Usa il 28 febbraio sferrano il primo attacco all’ Iran, dando inizio ad un’escalation ancora in corso. Pochi giorni fa, è stato Donald Trump a dare un irremovibile ultimatum a Teheran. Il Presidente Usa, poco prima della scadenza dell’ultimatum: “Stanotte un’intera civiltà, per non essere riportata mai più in vita”. Il countdown, però, ha avuto lo stop da parte di una proposta di negoziati che hanno aperto spiragli di pace tra fumo e bombe e con esse, anche lo stretto di Hormuz. L’intervento degli israeliani, invece, ha interrotto la de-escalation, portando nuovamente tensione. Che Trump sia all’oscuro dell’azione israeliana, è da vedere. Vance intanto pressa Teheran: “Sta all’Iran decidere se far saltare la tregua per il Libano”. Eppure, la fatidica “tregua” non esiste. I cieli di Beirut tornano a bruciare. Nei “10 punti”, piano di tregua con gli Stati Uniti, l’Iran ha reso il cessate il fuoco in Libano come una delle condizioni essenziali. Le azioni improvvise di Israele non spiazzano chi ha vissuto la guerra nella Striscia: durante le trattative tra i leader dei vari stati per la pace a Gaza, Israele ha violato più e più volte il cessate il fuoco.
Teheran in queste ore valuta una possibile riapertura del fuoco anche dalla sua parte. Il bilancio dei feriti e quello del conflitto, si aggravano proprio come le tensioni internazionali. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi poco fa: “il mondo vede i massacri in Libano. La palla è nel campo degli Stati Uniti, e il mondo sta osservando se agiranno in base ai loro impegni”. Estrapolando una metafora dalle parole del ministro iraniano, quella che si sta giocando è una tesa partita che sembrava essere giunta agli ultimi minuti. Ora ci si trova invece all’inizio dei supplementari. La tensione cresce nuovamente. Il “fischio” che sancisce la fine del conflitto sembra lontano e irragionevole. A confermalo anche il Presidente iraniano Pezeshkian che reputa le trattative non più valide, dopo l’aggressione israeliana.
Il mondo intanto guarda al punto centrale della cartina del conflitto: lo Stretto di Hormuz. Quest’ultimo, dal 28 febbraio scorso, è un vero e proprio cuore bellico. Un passaggio marino di circa 32 km, che diviene cruciale per il transito e il trasporto di beni essenziali. Ma la storia lo dimostra: è proprio in queste strettoie geografiche che si immette violentemente la geopolitica. Lo stretto di Hormuz è un delicato filtro, non solo sostanze, ma soprattutto interessi.


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