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Mondragone, oltre la cronaca: una città che non si arrende

 

 

(di Marco Gallo) Non esiste un tempo per la cultura, non esiste una pausa per l’impegno civile. Eppure basta un minuto – il tempo di un titolo in apertura di un telegiornale nazionale o locale – per cancellare anni di lavoro silenzioso, di volontariato, di battaglie quotidiane per restituire dignità e futuro a un territori.


Dopo i fatti dell’11 febbraio, Mondragone è tornata sotto i riflettori nazionali e locali. Arresti, inchieste, accuse pesanti: sistema simile a quello ‘ndranghetista, spaccio di droga, estorsioni. È giusto che chi sbaglia paghi. È doveroso che la giustizia faccia il suo corso. Ma accanto alla necessità della repressione, c’è un’altra verità che nessuno menziona: a pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono i cittadini onesti. Perché quando una città finisce sulle pagine di cronaca nera, il racconto si semplifica, si irrigidisce, diventa etichetta.

 

 

 

Mondragone = droga.
Mondragone = estorsione.
Mondragone = camorra.
Una somma ingiusta, crudele, superficiale.
Chi non vive questa realtà difficilmente può comprendere cosa significhi provare ogni giorno a cambiare narrazione. Significa organizzare eventi culturali anche quando l’eco mediatico è assente; significa ripulire spiagge, parchi e sentieri collinari sapendo che un solo episodio di cronaca può vanificare mesi e mesi di lavoro. Significa promuovere prodotti locali, valorizzare tradizioni, raccontare storie millenarie mentre altrove qualcuno riduce tutto a un titolo sensazionalistico.


Mondragone non è solo ciò che appare nelle inchieste. È una città con chilometri di sabbia e dune dorate, con un patrimonio paesaggistico e storico che meriterebbe ben altra attenzione. È fatta di associazioni che dedicano tempo e risorse alla tutela dell’ambiente, di giovani che investono nella cultura, di imprenditori che credono nel turismo come motore di rinascita. Ma soprattutto, è composta da una stragrande maggioranza di persone perbene che combattono ogni giorno contro l’ignoranza, l’approssimazione e il pregiudizio.

 

 

 

 

Dunque, il danno di certe vicende non è solo giudiziario ma anche sociale, economico, psicologico. È l’ennesimo colpo inferto alla fiducia di chi prova a “restare”, lo scoraggiamento di chi è “scappato” e vorrebbe tornare. È il sospetto che si riaccende negli occhi di chi guarda da fuori.


Eppure, proprio nei momenti più difficili si misura la forza di una comunità. L’11 febbraio non deve diventare una data che inchioda Mondragone al passato. Può e deve trasformarsi in un punto di svolta, una linea tracciata sul calendario da cui ripartire con maggiore consapevolezza, con più determinazione, con un impegno collettivo ancora più forte.


La rinascita non è uno slogan ma un processo lento fatto di scelte quotidiane, un cambio culturale profondo che coinvolge istituzioni, scuole, associazioni, famiglie. La capacità di non negare i problemi ma di rifiutare le generalizzazioni.


Mondragone non chiede sconti. Chiede equilibrio nel racconto. Chiede che accanto alla cronaca nera si dia spazio alla cronaca della speranza, del lavoro onesto, delle energie positive. Perché una città non può essere ridotta ai suoi errori. Una città è molto di più: è la somma delle sue ferite, certo, ma anche delle sue risorse, delle sue bellezze, della sua incredibile volontà di riscatto.

 

 

 

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