Cultura

La meravigliosa storia di un nobile viaggiatore: “Impressioni di un Nepal turistico” (di Francesco Torrico)

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CULTURA. (Introduzione di Giuseppe Nicodemo) Quando Francesco Torrico ritornò dal suo viaggio in Nepal, trascorremmo una serata intera a guardare le foto di quell’avventura. Rimasi incantato dalle tracce, dai colori, dalle prospettive e dalle fisionomie di quei luoghi magici. Avevo intuito fin da subito, che quelle foto racchiudevano molto più di “spettacolari immagini”. Decisi, pertanto, di invitare Francesco a scrivere qualcosa su quel viaggio. Francesco accettò. Sapevo che, nel suo cuore, come ogni nobile viaggiatore che si rispetti, vi era tanto da raccontare, da ricordare, da ripercorrere… Ci sono voluti mesi, prima che Francesco ci inviasse il lavoro ultimato, a dimostrazione del fatto che, quando si “viaggia con il cuore”, non è facile esternare o descrivere momenti vissuti con profondo spirito. Per questa stessa ragione, ne è venuto fuori un racconto di esemplare profondità, che vi invitiamo a leggere fino all’ultima parola. Non posso che essere onorato di ospitare, sul mio portale, una storia così intensa come quella di Francesco Torrico.

 

Impressioni di un Nepal turistico (di Francesco Torrico)

Quando sono in viaggio, evito di prendere appunti. Avere gli occhi fissi su di un taccuino, mi distoglie dal guardare il mondo che mi scorre intorno. Di solito, sostituisco la penna con la macchina fotografica utilizzando le foto come appunti. Sono un valido aiuto perché agevolano, nel riguardarle, a ricordare quel momento preciso in cui è stata scattata e viaggiando nei ricordi, a ricercare le immagini non catturate con l’apparecchio fotografico, ma presenti nell’ hard-disk della nostra memoria. Sono questi gli appunti che, nonostante sia passato un po’ di tempo, tengo vivi e cerco, anche con l’ausilio delle immagini, di trasformare in parole.

Ci sono varie fasi che contraddistinguono un viaggio. La preparazione ad esempio in cui organizzi il tutto. Bonifici per i biglietti, email e documenti alternando queste fasi alla lettura di un libro consigliato. Poi ci sono le cose da portare, sempre diverse in base alla destinazione scelta, al periodo e successivamente la loro sistemazione in valigia, nel rispetto delle direttive di peso dettate dalle varie compagnie aeree. Conseguentemente arriva il viaggio vero e proprio che inizia con il mezzo o i mezzi di trasporto. Macchina o pullman fino alla stazione, treno fino all’aeroporto, volo e così via. E’ in questa fase che inizi ad incontrare persone nuove con cui condividerai il cammino e con le quali, spesso, rimani in contatto anche dopo il viaggio. C’è l’arrivo, in cui capti le prime sostanziali differenze ancora esistenti dal tuo luogo natìo, respiri i profumi o la puzza a seconda del posto e della circostanza. Il rientro, con il saluto dei parenti e degli amici che fanno un primo commento in merito alle foto inconsuete postate su un social ed infine il loro riordino. Selezioni quelle scattate con la tua reflex, quelle col cellulare e quelle ricevute dai tuoi compagni di viaggio chiudendo quel cerchio iniziato, qualche mese prima, in cui hai espresso a tua moglie il desiderio di partire.

Quella di ordinare le foto, come prassi finale, la trovo bellissima perché, nel giro di qualche ora, mi fa rivivere il viaggio per intero.

Il giorno in cui chiudo il cerchio del mio viaggio è arrivato da un pezzo ma oggi, per la prima volta, trovo forse le parole migliori per descriverlo e, anche se gli scatti di ogni itinerario, superano abbondantemente il numero a tre cifre, ho cercato di riassumere il tutto con le foto che di più mi hanno dato il senso di un percorso, comunque turistico, ma nel quale ho vissuto esperienze diverse dal vivere quotidiano. Realtà spesso lontane dalla nostra e che, una volta vissute, ti danno la consapevolezza di quell’apertura mentale che ti dona qualsiasi tipo di viaggio.

Su Facebook ho postato un album fotografico in cui affermo che “ Il Nepal è contrasto” e, nel mio riordino, per mostrarlo, non posso che inserire queste due immagini.

Kathmandu, come si vede nella prima foto, è, come ogni altra grande città asiatica, caos. Quasi ovunque vi è la presenza di mezzi che rendono l’aria, in alcune ore del giorno, pressoché irrespirabile. In alto, ai lati delle strade, trovi grovigli impressionanti di fili elettrici che disegnano, d’avanti agli edifici impolverati, linee prive di qualsiasi senso logico. Quasi ovunque c’è frastuono. Il suono perenne del clacson ti penetra i timpani più che le famose vuvuzela del mondiale sudafricano ed i tuoi passi, fanno lo slalom tra mezzi che sfrecciano in un disordine ordinato, offerte agli dei e cani oziosi su strade, in alcuni casi dissestate, in cui ti capita di schivare qualche palo messo a sostegno di edifici segnati dal catastrofico terremoto del 2015. Il profumo delle spezie contrasta con la puzza acre dello smog che letteralmente ottura le tue narici. Il camminare, di per sé piacevole, contrasta con diversi fattori negativi trasformando quel piacere in fastidio. Però, nel marasma generale, dove ti risulta difficile trovare un principio di ordine, trovi la seconda immagine. Un anfratto situato accanto alle mura dello Stupa più grande del Nepal: il Boudhanath, in cui delle ciotole metalliche allineate contengono, al proprio interno, l’acqua sulla quale galleggia un tagete. Tutto è lineare ed a tratti rilassante. Capisci, in questi piccoli spazi rituali, (presenti in tanti posti) che, nel caos generale dettato dai tempi, il tutto abbia un suo scorrere lento. Guardando questa foto, mi sovviene una di quelle immagini ferme nella mente e non rubata con l’apparecchio fotografico. Un’ anziana signora che stringe nella mano sinistra il Mala (rosario buddista). Bisbiglia a bassa voce il mantra “Om Mani Padme Hùm” mentre, con l’altra mano, fa girare le ruote della preghiera poste tutte intorno allo stupa. È lei, in quel momento, con quella sua ritualità e con quel senso di spiritualità, che rasserena l’animo di chi la guarda. Imprime, in chi la  osserva, quella serenità persa qualche ora prima nel mezzo di quel traffico caotico. La vista, è inquinata soltanto dalla legge economica che vede fiorire, intorno al tempio, negozi di gadget pochi dei quali sono di manifattura locale. Le parole che mi vengono in mente, ricordando un grande viaggiatore sono queste:

“Se il mondo metterà al primo posto l’uomo è al secondo l’economia, forse, le generazioni future, avranno la possibilità di vivere in maniera serena”

Anche se tale definizione, nella nostra cultura largamente consumistica e nelle nuove culture nascenti anche in luoghi di spirito come il Nepal, assume il senso di utopia, credo sia l’unica cosa razionale che possa salvare l’umanità.

La seconda foto mi ritrae in mezzo alla felicità. Partiamo dal luogo, un Villaggio di etnia Tharu, situato nel Chitwan National Park. Il parco che ospita rinoceronti, elefanti e la famosa tigre del bengala, mi regala invece, come immagine da custodire con cura, semplici cuccioli di uomo. Sono bambini uguali ai nostri. Sono quelli che non hanno niente ma che forse conservano ancora ciò che a tratti manca ai bambini occidentali. Hanno bisogno di cose che i nostri bambini hanno a portata di mano e nella foto sorridono per un gioco banale. Non hanno niente ma donano tanto. Quello che gli manca di più, forse, sono quei servizi essenziali che da noi dimentichiamo perché a portata di mano. Ci ricordiamo dell’acqua che comodamente scorre dal rubinetto, ad esempio, solo quando per un guasto alle condutture, viene a mancare. Sicuramente sarebbe diverso (e ne consumeremo meno o comunque gli daremmo più importanza) se, l’acqua per il fabbisogno giornaliero, la dovessimo prendere in taniche da una fontana esterna dove presente o da un fiume, come fanno i bambini della foto. Guardando il nostro vivere quotidiano ed il loro, e pensando ai viaggi passati, mi vengono in mente tanti bambini già visti. Quelli afgani che sorridevano, incolpevoli, accanto alle macerie risultato di una guerra inutile come tutte le altre; quelli giapponesi, che vivevano la loro spensieratezza nei pullman di Kyoto prima che l’età adulta li trasformerà in “prodotto” per il bene della propria nazione; quelli mauriziani che, in ordine e sorridenti, con le loro divise, tornavano da scuola nelle loro casette, passando d’avanti ai lussuosi resort costruiti per i nostri momenti di divertimento; quelli messicani, senza scarpe ma felici con la loro coca-cola ed il cellulare. Li comparo con i bambini che vedo ogni giorno e noto che, nonostante le differenze sostanziali, hanno tutti una cosa in comune. Il sorriso. Penso alle differenze nei loro stili di vita. Penso alle loro possibilità ed alle nostre e non posso che concludere con un aforisma di A. Einstein che dice:

“Nel mondo non ci sarà mai progresso finché ci sarà un solo bambino che soffre”.

Come ultima immagine, tra le cose che hanno contraddistinto il mio viaggio in Nepal, ci vorrebbero le vette Himalayane. Vedere, nel volo interno da Pokhara a Kathmandu le vette innevate della catena montuosa più alta del mondo è una delle cose che auguro a tutti di fare almeno una volta nella vita. Volare ad oltre ottomila metri e vedere di lato delle cime innevate, d’altronde, è possibile farlo solo in questo posto nel mondo. Eppure, nel mio scegliere, non ho optato per la cima dell’ Annapurna. Il mio legame, tra questo scritto ed il senso confuso della nostra umanità, mi porta a ricordare un altro luogo.

Queste sono le acque sporche del fiume Bagmati, luogo delle cremazioni (Pashupatinath) considerate sacre dagli induisti. In questo luogo ho trovato tanto. Ho trovato la pace visibile nella spiritualità dei devoti induisti che hanno accesso al tempio; ho trovato altra povertà, una scelta e visibile nei Sadhu che lasciano tutto per vivere con uno straccio ed una ciotola per bere e mangiare le offerte dei devoti ed una povertà indotta di chi non ha niente a prescindere e percorre, con una calamita legata ad un filo, parte del fiume, per metà immerso nelle acque, alla ricerca di un residuo metallico come una moneta o un anello, prodotto delle ceneri dei defunti. Ho visto la morte avvolta in panni arancioni stipati sui gradoni del fiume, la ritualità vestita di bianco, che mette fuoco alla pira che contiene le spoglie del parente estinto. Ho visto una devota che condivideva il cibo con un macaco e ragazzi scalzi giocare a pallone. Ho visto il turista vestito con indumenti comodi, armato di apparecchi elettronici di ultima generazione che, come me, cercava di catturare quante più cose possibili di un mondo non suo. Ho visto e sentito gli elementi naturali agire insieme su l’uomo ed in parte per volere dell’uomo. L’acqua sacra usata per benedire la salma, il fuoco usato per arderla, l’aria che agiva da sola per trasportare parte delle ceneri e la terra, ferma, che raccoglieva il tutto. Insieme all’azzurro del cielo, mi hanno ricordato la spiegazione di Kabindra sulle bandierine tibetane, onnipresenti ovunque nella nazione dalla bandiera a due punte. Per un momento anch’io avrei voluto sentirmi parte di quel “tutto” e non un semplice turista per stare meglio ma non ci sono riuscito preso dalla curiosità che mi circondava. Sono riuscito solo a cercare, a conclusione di queste parole, un ultimo aforisma, anch’esso di A. Einstein, il quale dice:
” L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi.” Francesco Torrico